Può succedere
che sia già superato
che tu sia già altro
però non lo sai
-o preferisci non saperlo-
Allora respira e ascolta
la voce lieve
di dentro
buttala fuori
senza paura.
Spezza la catena
che unisce l’incerto
all'ipotetico certo.
Come pensi
di poter procedere
altrimenti?
Tu lo sai
che solo navigando
a vista il tuo mare
ri-troverai quiete
e tempo
e sogno
e casa.
Come sai
che non c’è
legame imposto
che ti appartenga
-a cui appartenere-
Staccati così
dal dovuto
se tu a lui non devi
che il miraggio
fuorviante
che ti allontana
dalla tua essenza.
Fallo ora
anticipa il lento
inesorabile declino.
Fallo ora
perché è tempo.
Scrivere per disinfettare le ferite. Per ricucire l'anima. Per tonificare il cuore. Tutto qui.
martedì 17 aprile 2012
domenica 15 aprile 2012
Giulio Casale -La Febbre -12 aprile 2012-
Avere dei dispiacerei non è tutto, bisognerebbe poter ricominciare la musica, andarsene a cercare ancora di dispiaceri…
(L.-F. Céline)
(L.-F. Céline)
Tornando a casa ieri notte, dopo aver assistito allo spettacolo, mi chiedevo quale fosse il valore aggiunto a quell’insieme di parole e musica magistralmente interpretate da Giulio Casale e dai suoi musicisti (Giovanni Ferrario, Lorenzo Corti, Pier Ballarin e Nicola “Accio” Ghedin), impeccabilmente diretti da Francesca Bartellini. E la risposta non ha tardato a giungere, il valore aggiunto è il viaggio reale. I monologhi e le canzoni si srotolano su di un immaginario tapis rolulant come fotografie di vita vera, che è amore e smarrimento, ma soprattutto è, oggi, paura e orrore per il vuoto che pare divorarci. La stessa paura che ci accompagna ogni giorno e che ogni giorno esorcizziamo non parlandone, fingendo che tutto proceda, che il capolinea non sia forse così vicino. Lo stesso orrore che ci impedisce di vedere chiaramente quanto sia ormai labile il confine tra “normale” e “diverso” e come sia oggi facile trovarsi in un battere di ciglia sull’altra sponda, quella sbagliata quella più temuta perché sporca e scomoda e per questo bandita da sempre dal modello di vita contemplato dalla nostra bella società. Quel modello che ha generato le etichette, ha diviso con il suo metro i forti e i deboli, che mai ha avuto contenuti veri ma sempre ha esercitato il suo potere attraverso l’insindacabile giudizio. Quel modello che è artefice dell’imbruttimento delle nostre anime e causa principale della codardia diffusa che ci impedisce di riprendere attivamente possesso della nostra piena esistenza, di rovesciare l’assetto di mischiare ancora le carte e aprire il gioco, di nuovo. Quel modello che è responsabile di aver prodotto la cecità vera e brutale (lode a Saramago!) che ci rende schiavi e deboli. E se questo è il quadro che viene rappresentato non c’è però nel messaggio di Giulio Casale nessun segnale di rinuncia alla vita e al diritto di essere vivi davvero, anzi quell’inquietudine che pervade l’intero spettacolo è attiva e contagiosa ed è propositiva, perché i contenuti, mostrandoci amaramente e senza filtro il contesto nel quale ci muoviamo, diventano strumento da fagocitare nell’intimo di ciascuno, diventano domanda e poi risposta e la risposta immediata non può che essere il superamento del primo e più significativo ostacolo: la nostra indifferenza.
La febbre, in fin dei conti.
(L.- F. Céline)
martedì 27 marzo 2012
Una voce non basta
Era l’estate del 2004.
Eravamo in Liguria, io Claudio, il mio più grande amico, e per la prima volta le mie nipoti sole con noi, senza mamma e papà.
Percorrevamo un po’ a fatica, pigri per indole e stramazzati dal troppo sole, il breve tratto di strada che divideva la casa in affitto dalla spiaggia, Matilda, la più piccola sulle mie spalle e Greta per mano a Claudio.
E cantavamo io e Matilda, cantavamo “Musica leggera” di Pacifico, non solo la canzone cantavamo proprio tutto il disco, e gli altri si univano al canto.
Avevamo un sogno, e quelle parole lo rendevano reale, avvicinavano noi grandi alle piccole.
Cantavamo stonando e la gente ci guardava un po’ allibita.
Ma non ci toccava, cantavamo con gioia il nostro sogno nel cuore.
E ogni sera chiamavamo mia mamma a casa nella sua amata Mondovì, mia mamma che ben sapeva cosa stavamo cantando.
Sono passati molti anni, e siamo tutti rimasti piccoli, come piace a noi.
Mia mamma ha dovuto allontanarsi un po’ troppo presto da Mondovì, per raggiungere Altrove: il posto che attende tutti.
Ma noi abbiamo continuato a cantare, nella sofferenza e nella gioia.
Abbiamo cantato e cantiamo canzoni bellissime, perché ancora ce ne sono e ce ne saranno.
Però oggi quando ho ascoltato “Una voce non basta” è stata una cosa diversa, è stato come se qualcuno mi avesse restituito un pezzo di passato: la voce di mia madre tra le altre voci, le ginocchia sbucciate delle mie nipoti, il mio sogno più grande non ancora interrotto. Così, nella piena consapevolezza dell’oggi, ma avvolta in questo commovente ritorno, posso solo ringraziare.
E continuare a sognare.
Cantando.
Eravamo in Liguria, io Claudio, il mio più grande amico, e per la prima volta le mie nipoti sole con noi, senza mamma e papà.
Percorrevamo un po’ a fatica, pigri per indole e stramazzati dal troppo sole, il breve tratto di strada che divideva la casa in affitto dalla spiaggia, Matilda, la più piccola sulle mie spalle e Greta per mano a Claudio.
E cantavamo io e Matilda, cantavamo “Musica leggera” di Pacifico, non solo la canzone cantavamo proprio tutto il disco, e gli altri si univano al canto.
Avevamo un sogno, e quelle parole lo rendevano reale, avvicinavano noi grandi alle piccole.
Cantavamo stonando e la gente ci guardava un po’ allibita.
Ma non ci toccava, cantavamo con gioia il nostro sogno nel cuore.
E ogni sera chiamavamo mia mamma a casa nella sua amata Mondovì, mia mamma che ben sapeva cosa stavamo cantando.
Sono passati molti anni, e siamo tutti rimasti piccoli, come piace a noi.
Mia mamma ha dovuto allontanarsi un po’ troppo presto da Mondovì, per raggiungere Altrove: il posto che attende tutti.
Ma noi abbiamo continuato a cantare, nella sofferenza e nella gioia.
Abbiamo cantato e cantiamo canzoni bellissime, perché ancora ce ne sono e ce ne saranno.
Però oggi quando ho ascoltato “Una voce non basta” è stata una cosa diversa, è stato come se qualcuno mi avesse restituito un pezzo di passato: la voce di mia madre tra le altre voci, le ginocchia sbucciate delle mie nipoti, il mio sogno più grande non ancora interrotto. Così, nella piena consapevolezza dell’oggi, ma avvolta in questo commovente ritorno, posso solo ringraziare.
E continuare a sognare.
Cantando.
sabato 24 marzo 2012
Tutto qui
E ora che il quadro
pare prendere forma
l’ansia ha iniziato
a lavorare
ai fianchi e al cuore.
Non manca la parola
manca il movimento
la corsa sconfinata
il passo lieve verso Chissà
in cerca di Dove.
Invisibile e impaurita
immobile e colpevole
-senza causa apparente-
manco io
forse
nel disegno.
E’ questo l’effetto
imprevisto.
Tutto qui.
pare prendere forma
l’ansia ha iniziato
a lavorare
ai fianchi e al cuore.
Non manca la parola
manca il movimento
la corsa sconfinata
il passo lieve verso Chissà
in cerca di Dove.
Invisibile e impaurita
immobile e colpevole
-senza causa apparente-
manco io
forse
nel disegno.
E’ questo l’effetto
imprevisto.
Tutto qui.
giovedì 22 marzo 2012
Silenzio
Rispettare il silenzio
-il mio non saper dire-
che anticipa
il gesto
la parola
il senso.
Rispettare il silenzio
che è premessa
a me
al nodo sciolto
alle vele alzate
al flusso rinnovato.
Essere leggera
ora
-solamente-
e poi
con calma
partire.
-il mio non saper dire-
che anticipa
il gesto
la parola
il senso.
Rispettare il silenzio
che è premessa
a me
al nodo sciolto
alle vele alzate
al flusso rinnovato.
Essere leggera
ora
-solamente-
e poi
con calma
partire.
martedì 6 marzo 2012
Preludio
Silenzio
riempio il buio
con i ricordi
cadono
petali profumati
dal cielo
-mi pare -
mi appare.
Oltre la linea
misera
del mio sguardo
qualcosa
brilla
indefinito
ma limpido.
Sei tu a chiamare
e la tua voce
è qui
di nuovo.
I tuoi occhi vivi
mi sorridono
ancora
e nel sonno
che giunge lieve
sento la tua mano
accarezzarmi
la fronte
e la buonanotte
è un invito
a non smettere
a non rinunciare.
Arriverà con il mattino
il mio saluto
-non ultimo-
il mio arrivederci
perpetuo
nei sentieri dell'anima.
riempio il buio
con i ricordi
cadono
petali profumati
dal cielo
-mi pare -
mi appare.
Oltre la linea
misera
del mio sguardo
qualcosa
brilla
indefinito
ma limpido.
Sei tu a chiamare
e la tua voce
è qui
di nuovo.
I tuoi occhi vivi
mi sorridono
ancora
e nel sonno
che giunge lieve
sento la tua mano
accarezzarmi
la fronte
e la buonanotte
è un invito
a non smettere
a non rinunciare.
Arriverà con il mattino
il mio saluto
-non ultimo-
il mio arrivederci
perpetuo
nei sentieri dell'anima.
Isole
E in fondo
siamo isole
tutti quanti
parole non dette
risposte sbagliate
corrispondenze disattese.
Al confine tra l'anima
e il respiro che manca
prima del silenzio
-che è muro-
ci vorrebbe uno scivolo
sul quale far scorrere
un gesto vero
un attimo infinito
di unione
da costa a costa
per permettere
la perlustrazione.
Questo basterebbe
a dare un senso
pieno di condivisione
anche se in mezzo
sempre resterebbe
il mare
ma navigabile
come una sfida
come un confronto.
Questo basterebbe
tutto il resto è niente
è vano volo
verso lidi
inesistenti.
siamo isole
tutti quanti
parole non dette
risposte sbagliate
corrispondenze disattese.
Al confine tra l'anima
e il respiro che manca
prima del silenzio
-che è muro-
ci vorrebbe uno scivolo
sul quale far scorrere
un gesto vero
un attimo infinito
di unione
da costa a costa
per permettere
la perlustrazione.
Questo basterebbe
a dare un senso
pieno di condivisione
anche se in mezzo
sempre resterebbe
il mare
ma navigabile
come una sfida
come un confronto.
Questo basterebbe
tutto il resto è niente
è vano volo
verso lidi
inesistenti.
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